I totalmente buoni e gli assolutamente cattivi

Posted on marzo 4, 2011 by

I totalmente buoni e gli assolutamente cattivi

Giornata nazionale di Studi. Casa di Reclusione di Padova – 20 maggio 2011

“Quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?” (Primo Levi)

 

Non ci hai pensato prima? Paga

La domanda che fanno i ragazzi delle scuole, nel sentire i racconti dei detenuti, è sempre, ossessivamente la stessa: ma non potevate pensarci prima? C’è in loro, ma anche in tanti adulti, una

cieca fiducia nella propria razionalità, nel fatto che, conoscendo i rischi connessi al male, loro sceglieranno sempre il bene, e se non lo faranno meritano la più dura delle punizioni. E invece, le vite di tutti noi sono piene di situazioni in cui, anche da persone adulte, mature, non siamo riusciti a pensarci prima, e di rimpianti per non averlo fatto.

L’informazione allora, proprio a partire dai fatti di “cronaca nera” per arrivare alle testimonianze dal carcere degli autori di quei fatti, dovrebbe essere una specie di “allenamento a pensarci prima”, in contrapposizione a tanta informazione ufficiale, che tende a far credere alle persone che il mondo è diviso fra i buoni, che sanno sempre razionalmente pensarci prima, e i cattivi, che se ne fregano delle conseguenze delle proprie azioni e quindi vanno puniti senza pietà.

Intervengono:

Donatella Stasio, giornalista del Sole24ore, autrice, con Lucia Castellano, del libro Diritti e castighi

Paola Barretta, ricercatrice presso l’Osservatorio di Pavia, si occupa di comunicazione istituzionale, di comunicazione mediatica dell’emergenza, di rappresentazione della criminalità e della sicurezza in Italia e in Europa.

La creazione del “mostro”

Ma l’informazione dal carcere può aprire un’altra finestra su una realtà complessa, che giornali e televisioni riducono spesso al fatto nudo e crudo, l’omicidio in famiglia, condito di dettagli

agghiaccianti. Sono fatti presentati puntando a costruire l’immagine del mostro, e andando a raccogliere i commenti dei famigliari della vittima per renderla ancora più “mostruosa”. La realtà

invece non è così lineare, ma se riusciamo a sfrondare i fatti da qualsiasi morbosità, e a raccontare testimonianze che spieghino come possono nascere questi reati, noi riusciamo anche a trasmettere alla società l’idea che non ci sono i mostri, ci sono persone che possono fare cose mostruose. Una sottile distinzione, importante per non “rassicurare” chi ci ascolta, perché l’informazione non deve essere rassicurante, deve far capire, deve portare per mano a vedere le tante facce della realtà. E la realtà è anche quella di famiglie come tante, né più violente né più disastrate, dove a volte un conflitto, una malattia, una improvvisa fatica di vivere fa saltare tutti gli equilibri.

Vedere la persona che c’è dietro un reato, sentire la sua storia, aiuta a trovare quanto di umano c’è anche in chi compie gesti disumani e, in fondo, non a giustificare quello che ha fatto, ma a capire e a portare con sé la ricchezza che viene dell’aver conosciuto un pezzettino nuovo di animo umano.

Intervengono:

Lorenzo Pavolini, autore di Accanto alla tigre, un viaggio nelle tenebre alla scoperta del nonno

Alessandro, il gerarca fascista impiccato per i piedi a piazzale Loreto, accanto a Mussolini e alla Petacci

Gaia Rayneri, scrittrice, autrice di Pulce non c’è, romanzo dedicato alla vicenda vera della sorellina autistica e del padre coinvolto nella falsa accusa di molestie sessuali

Raccontami una storia

Le testimonianze, “le storie” sono un elemento prezioso dell’informazione, ma sono anche un grande rischio. Perché le storie che si possono trovare nella cronaca nera o in galera sono “materia incandescente” per tante ragioni: perché i protagonisti hanno avuto delle vittime, e rispettarle impone di raccontarsi con cautela; perché hanno delle famiglie, che spesso sono altrettanto vittime, che hanno subito la vergogna e l’isolamento di chi ha un padre, una madre, un fratello in carcere.

Chi poi ha una storia di galera da raccontare non può non essere tentato di cercare giustificazioni al peggio della sua vita; perché la vita in carcere è sempre, ma lo è in particolare oggi, ai tempi del sovraffollamento, così degradante, che finisce per essere inevitabile sentirsi vittime e innescare un perverso cortocircuito, del “carnefice” che si lamenta di quanto male sta e di quanto lo maltrattano.

L’unico modo per dare un senso alla pena è affrontare il tema della responsabilità, facendo percepire a quelli che stanno fuori e tendono ad assumersi il ruolo del giudice, che una galera più umana è la sola che permette di diventare persone consapevoli del male fatto, e di non nascondersi dietro la solita formula “io ho pagato il mio debito con la giustizia”, fregandosene dei debiti di umanità ferita disseminati insieme ai reati.

Intervengono:

Marina, mamma di Giulia, detenuta

Davide Ferrario, regista e scrittore, autore del film Tutta colpa di Giuda e del romanzo Sangue mio

I “buoni cittadini” e la pretesa di “assomigliare” alle vittime

Usare le vittime per giustificare la propria “cattiveria sociale”: è quello che succede spesso ai ragazzi, ma anche agli adulti, che non riescono ad accettare l’idea che possa capitare a ognuno di noi di essere fratelli, genitori, figli di potenziali “carnefici”. La scelta più comoda è sempre quella di essere intransigenti con gli autori di reato “in nome delle vittime”.

Se si vuole “spiazzare” chi si fa scudo delle vittime per pensare a pene sempre più dure e a diritti sempre più compressi per i detenuti, c’è una sola ricetta, dialogare davvero con le vittime, e imparare ad ascoltarle. L’ASCOLTO è il primo esercizio di vera e autentica prevenzione: prevenzione dell’odio, ma anche prevenzione dei reati, perché i reati nascono prima di tutto per non aver saputo riconoscere il valore dell’altro, non aver saputo ascoltare le sue parole.

La lezione di Desmond Tutu vale in fondo per tutti, per le vittime, per gli autori di reati, per i cittadini che dovrebbero imparare a capire l’importanza di ascoltare gli uni e gli altri: “Per quanto possa essere un’esperienza dolorosa, non possiamo permettere che le ferite del passato arrivino a suppurazione. Devono essere aperte. Devono essere pulite. Devono essere spalmate di balsamo perché possano guarire. Questo non significa essere ossessionati dal passato. Significa preoccuparsi che il passato sia affrontato in modo adeguato per il bene del futuro.”

Intervengono:

Alfredo Bazoli, a Piazza della Loggia a Brescia, nel 1974, ha perso la mamma, dilaniata con altre sette persone da una bomba in una strage ancora “senza colpevoli”

Marco Alessandrini, figlio del giudice Emilio Alessandrini, ucciso a Milano il 29 gennaio del 1979 da un commando di Prima Linea

Susanna Vezzadini, docente di criminologia e vittimologia alla Facoltà di Scienze Politiche, Università di Bologna

Guida la discussione Silvia Giralucci per Ristretti Orizzonti

Se diciassette anni vi sembran pochi

“Dopo solo diciassette anni è già libero”. Questo è il titolo di un quotidiano, del 2008, riferito a un detenuto particolarmente conosciuto, Pietro Maso, il ragazzo che a diciannove anni uccise i genitori.

Il titolo conteneva un errore, e poi un giudizio sulla quantità di pena scontata, che nulla hanno a che fare con la notizia vera. L’errore è dire che Pietro Maso sia già libero, no, lui ha ottenuto la semilibertà, che è una misura alternativa per cui si lavora all’esterno, con un programma rigidissimo e possibili controlli della Polizia in qualsiasi momento, e si rientra in carcere alla sera, e se si sgarra ci si ritrova in un battibaleno rinchiusi; il giudizio invece è ritenere che diciassette anni siano niente per un omicidio. Può darsi che diciassette anni di galera siano pochi per una persona che ha ammazzato, ma ai ragazzi delle scuole che entrano in carcere per incontrare i detenuti della redazione di Ristretti Orizzonti noi abbiamo posto due domande elementari: Quanti anni avete? Vi sembrerebbe davvero una cosa da niente passare in carcere tutti gli anni della vita che avete vissuto finora? Noi crediamo allora che un giornalista non possa scrivere “solo diciassette anni”, non è onesto dare alla gente, ai lettori la sensazione che diciassette anni di galera, in cui non sei padrone di un minuto della tua vita e dipendi in tutto da un agente, anche per spegnere la luce di notte, andare in doccia, chiamare a casa per i miseri dieci minuti consentiti, non siano niente. Non è onesto, e infatti tanti giornalisti “regolari”, liberi, il piacere dell’onestà dell’informazione, almeno rispetto al carcere, sono sempre più disabituati a provarlo.

Intervengono:

Gianni Biondillo, scrittore, autore, tra l’altro, dei romanzi Per cosa si uccide, Con la morte nel cuore, In nome del padre

Studenti, insegnanti e detenuti che hanno partecipato al progetto “Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere”

Informazione dal carcere: “Il piacere dell’onestà”

Quando, quasi quindici anni fa, abbiamo deciso di provare a fare informazione dal carcere, non abbiamo trovato niente di meglio dell’aggettivo “onesta”, volevamo esattamente provare a fare una informazione onesta. “Il piacere dell’onestà” in carcere non sono in tanti ad averlo sperimentato, e così abbiamo iniziato un complicato percorso alla ricerca di quel piacere sottile che ti dà l’idea di non ingannare i tuoi lettori, di non raccontargli bugie, di non cercare di passarti per quello che non sei.

Ma la fatica di essere onesti nell’informare per chi sta in carcere è tanta, perché si tratta, spesso, di “mettere al servizio” degli altri il peggio di sé, la parte più negativa della propria vita. Ed è proprio questo il modo più profondo per dare un senso all’informazione, quando è fatta realmente da persone detenute, persone che hanno vissuto direttamente la conoscenza del “male”, qualche volta hanno scelto lucidamente di farlo, qualche volta non sono riuscite a controllare la loro vita che deragliava. E chi sente il racconto di come si può arrivare a commettere un reato, e capisce che non capita solo agli “altri”, altri da noi naturalmente, forse ha qualche strumento in più per difendersi dalla cattiva informazione.

Giuseppe Mosconi e Francesca Vianello, docenti della facoltà di Sociologia dell’Università di Padova, che sta svolgendo una ricerca con la collaborazione di Ristretti Orizzonti sul progetto “Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere”, porteranno le loro riflessioni su questa attività di scambio e di approfondimento tra carcere e università.

Per il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria interverrà Maria Pia Giuffrida, Dirigente Generale dell’Amministrazione penitenziaria, Responsabile dell’Osservatorio nazionale sulla giustizia riparativa e la mediazione penale.

Coordinerà i lavori Adolfo Ceretti, Professore ordinario di Criminologia, Università di MilanoBicocca, e Coordinatore Scientifico dell’Ufficio per la Mediazione Penale di Milano.

“Il convegno, come la rassegna stampa quotidiana, il progetto scuole e i libri che pubblichiamo, nascono dal lavoro della redazione di Ristretti Orizzonti, interna ed esterna al carcere, dove ci sono diverse persone che lavorano a tempo pieno. I tagli dei finanziamenti pubblici, che già prima erano esigui, mettono seriamente a rischio la nostra attività. Quest’anno chiediamo a tutti i partecipanti al convegno di sostenere il nostro lavoro e i nostri progetti con un abbonamento annuale alla rivista”.